
I recenti referendum in materia di lavoro hanno avuto un esito largamente prevedibile: pochi votanti, un quorum impossibile da raggiungere. La cisal ha ritenuto di dover lasciare ai propri associati piena libertà di scelta riguardo al voto; è stata una decisione dettata dal rispetto dei valori di autonomia e libertà su cui la confederazione si fonda.Appare interessante, tuttavia, sviluppare qualche riflessione sia sui recenti 4 quesiti sia, più in generale, sull’opportunità che una materia come quella lavoristica venga sottoposta alla pratica referendaria.Il punto è stato ampiamente dibattuto anche durante la campagna referendaria: si è evidenziato da più parti che le norme sottoposte a referendum potevano essere ben valutate solo da chi fosse in possesso di un bagaglio di conoscenze giuridiche, riferite a leggi e pratiche contrattuali e giurisprudenziali di uso corrente, che certamente non appartiene a gran parte degli elettori.Valga per tutto, ad esempio, il paradosso rappresentato dal primo dei quesiti che, se fosse stato accolto, avrebbe di fatto comportato un peggioramento di alcune condizioni per i lavoratori stessi.Ma c’è un ulteriore elemento, di natura più prettamente politica, su cui invitare alla riflessione, partendo dal fatto che il complicato e controverso rapporto tra Referendum e normativa lavoristica era già ben noto per esperienze del passato.Non si deve dimenticare, infatti, il singolare effetto che ebbe nel 1995 il referendum su alcune norme dello Statuto dei Lavoratori, e ancora di più il risultato, politicamente devastante per i lavoratori dipendenti, prodotto dal referendum sulla abrogazione della scala mobile nel 1985.Già queste esperienze avrebbero dovuto insegnare come sia inopportuno proporre un Referendum su norme che non siano di interesse generale ma che riguardano, come quelle lavoristiche, solo i lavoratori dipendenti (e nel caso in specie nemmeno tutti).Dietro questa riflessione c’è un dato politico e sociale molto rilevante: vediamo meglio.Vi è il fatto che quesiti referendari come quelli recentemente proposti vengono, a torto o a ragione, percepiti dalle categorie diverse dai lavoratori dipendenti come tentativi di forzare le norme dell’ordinamento in modo non rispondente all’interesse generale di tutti, al fine di procurare utilità alla sola categoria interessata.Essi vengono visti, in ultima analisi, come una sorta di “colpo di mano” in cui, con logica più corporativistica che sindacale, qualcuno tenta di affermare, più che un diritto, un proprio interesse particolare, magari a discapito delle altre categorie produttive.Questa percezione si afferma, ribadiamo, a torto o a ragione e a prescindere da valutazioni consapevoli sulla natura dei quesiti.Il referendum su temi che, invece, toccano la sensibilità di tutti i cittadini (esempi classici: divorzio e aborto) viene ben accettato dalla generalità della collettività perché svolge la propria funzione in modo pienamente rispondente alla funzione costituzionale, poiché chiede ai cittadini di esprimersi su valori che attengono alla sfera della coscienza individuale che non sono mai pienamente rappresentabili dalla politica e dai partiti.
Tutto questo produce, a sua volta, una profonda differenza riguardo l’esito politico delle due tipologie di referendum; chiediamoci, infatti, quali sono i diversi risultati che a livello sociale vengono a prodursi a seguito dello svolgimento di un referendum su temi “generali” (es divorzio) rispetto ad uno che verta sui temi lavoristici.La risposta, su cui si dovrebbe riflettere a fondo, è che mentre il referendum su materie che toccano la sfera della coscienza individuale sembra riuscire a mantenere comunque coeso il tessuto sociale, proprio perché esso è vissuto in chiave necessariamente alternativa al voto politico, altrettanto non accade quando si è chiamati ad esprimersi in relazione ad interessi (giusti o sbagliati che siano) che riguardano una specifica categoria produttiva.In questo secondo caso, infatti, il referendum risulta essere sempre e comunque socialmente divisivo, perché si tenta di coinvolgere, a forza, anche coloro che non hanno interesse alla disciplina di una materia, a prendere una decisione sulla stessa, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.Il deprecabile effetto politico di questi referendum (così come avvenne per quello sulla scala mobile del resto) purtroppo sarà proprio quello di marginalizzare ancora di più le istanze del lavoro dipendente, rendendole un problema specifico categoriale su cui cittadine e cittadini appartenenti ad altre categorie hanno mostrato, nella migliore delle ipotesi, una profonda indifferenza.Possiamo affermare che il narcisismo politico dei promotori dei referendum ha assunto una valenza così cinica per cui essi hanno scelto una strategia di ricerca della propria visibilità politica anche a costo di sacrificare l’interesse concreto dei lavoratori.La cisal da sempre è consapevole che le norme che regolamentano la produzione e il lavoro devono essere oggetto di costante miglioramento; questo percorso deve essere attuato attraverso gli ordinari strumenti normativi e, per quanto riguarda diritti e tutele dei lavoratori, anche attraverso un forte potenziamento della contrattazione sindacale a tutti i livelli.Il referendum sconfessa questa linea e, non senza preoccupazione, rivela, in questa particolare fase storica, che si sta affermando un grave strumentalizzazione politica dei temi del lavoro.Bisogna sottolineare infatti che il diritto del lavoro e la contrattazione sindacale acquisiscono un valore autentico e solido quando si affermano in un contesto di generale condivisione sociale.Al contrario, non si deve usare il tema del Lavoro per proporre anacronistiche spaccature tra bianchi e neri, tra guelfi e ghibellini andando a indebolire la coesione interna del Paese.Bisogna ricordare che a volte la linea di confine tra il sindacalismo più sano e il corporativismo più bieco può essere meno marcata di quanto sembri; dobbiamo mettere in evidenza che fare sindacato e fare politica non sono la stessa cosa; al limite se la politica si mette al servizio del sindacato tanto meglio, ma se è il sindacato che, al contrario, finisce al servizio della politica ecco che la deriva diventa veramente pericolosa
